La geografia, spesso, ci inganna. Ci hanno abituati a pensare che la verità, quella con la V maiuscola, venga partorita esclusivamente nei salotti ovattati delle grandi metropoli, lì dove i poteri si sfiorano e si accordano. Ma è un errore di prospettiva. A volte, per guardare davvero le ferite di una nazione, bisogna allontanarsi dal centro e salire in quota, dove l’aria è rarefatta e la vista si allarga. È esattamente questa l’operazione culturale, e profondamente politica, che si compie con il festival Barbagia in Blu, rassegna che trasforma Fonni, cuore pulsante della Sardegna, nella capitale italiana del giornalismo d’inchiesta.
Dopo la folgorante anteprima affidata ad Ascanio Celestini e alla sua Radio Clandestina, dall’8 all’11 luglio il festival entra in una seconda edizione che sa di consacrazione. Nessuna passerella, nessuna vanità intellettuale: solo la cruda necessità di scavare nelle contraddizioni del nostro tempo attraverso la letteratura, il cinema, il teatro e la musica.
La periferia che si fa centro
C’è un filo rosso che lega le quattro giornate del festival Barbagia in Blu, un manifesto programmatico racchiuso nel tema di quest’anno: In questo Paese c’è un altro Paese. È un invito spietato a non accontentarsi della narrazione ufficiale, a sollevare il tappeto delle istituzioni per guardarvi sotto.
Mercoledì 8 luglio si comincia proprio da qui. Cecilia Anesi, fondatrice del formidabile portale investigativo IrpiMedia, aprirà le danze ricordandoci quanto sia vitale oggi un giornalismo indipendente dalle cordate editoriali. Sarà poi il turno di Riccardo Bocca dell’Espresso, armato dei suoi volumi Matrimodio e L’inferno di Rosa e Olindo, e di Nello Trocchia, cronista che ha fatto dell’indagine sulle mafie non un mestiere, ma una missione esistenziale. La serata sfocerà poi in una dimensione più intima, ma non per questo meno potente, con lo spettacolo Memoria del Mare: Giacomo Casti e le tessiture sonore di Arrogalla indagheranno il rapporto ancestrale tra i sardi e l’acqua salata, usando la lente della letteratura per ribaltare antichi stereotipi.
Le cicatrici della storia recente
Analizzare il cartellone del festival Barbagia in Blu significa sfogliare i capitoli più controversi della nostra storia. Giovedì 9 luglio, dopo l’apertura del giornalista Giovanni Seu e l’intervento di Annalisa Camilli, penna imprescindibile di Internazionale, si toccherà una ferita ancora purulenta per la democrazia italiana: il G8 di Genova del 2001. Giovanni Mari, caporedattore del Secolo XIX e memoria storica di quei giorni oscuri, preparerà il terreno per la proiezione di Diaz – Non pulire questo sangue, il pugno nello stomaco cinematografico firmato da Daniele Vicari.
Ma l’indagine sul presente non si ferma ai grandi traumi collettivi; si insinua anche nelle pieghe oscure della società digitale. Venerdì 10 luglio, affiancata dalla saggista Stefania Limiti, Barbara Petrella sviscererà la galassia degli incel, un fenomeno sociale gravido di misoginia e rabbia repressa che la politica tradizionale fatica persino a nominare. A stemperare, o forse ad amplificare, la tensione ci penserà Giovanni Succi, fondatore dei Bachi da pietra, con il suo rock denso e scarnificato.
Oltre la rassicurazione
Il gran finale di sabato 11 luglio è la sintesi perfetta dell’architettura del festival. Nando Dalla Chiesa, tra i più lucidi studiosi del fenomeno mafioso, porterà la sua analisi rigorosa sulle infiltrazioni criminali, seguito da Barbara Serra. La giornalista di Al Jazeera presenterà il suo Fascismo in famiglia, un’opera chirurgica in cui il recupero delle proprie radici sarde diventa lo specchio per guardare in faccia il passato autoritario del Paese. A chiudere il sipario ci penserà Dente, cantautore di rara intelligenza e ironia, perfetto per sigillare quattro giorni di scavo interiore e collettivo.
In definitiva, il festival Barbagia in Blu dimostra che la vera inchiesta ha bisogno di luoghi coraggiosi. Lo ha spiegato con rara lucidità il direttore artistico Luca Zoccheddu, ricordando che indagare il presente non è un esercizio nostalgico sul passato: è l’unico modo per non essere raccontati da altri. Secondo Zoccheddu, l’obiettivo è osservare l’Italia con gli occhi di chi diffida della prima verità, rivendicando che la Sardegna, la Barbagia e Fonni in particolare, non sia periferia di niente, ma un luogo da cui guardare il Paese che siamo.
Parole che trovano un’eco perfetta nella visione della sindaca Daniela Falconi. Per lei, con la seconda edizione, e con la prospettiva già concreta della terza, l’appuntamento dimostra di essere diventato un caposaldo del panorama culturale sardo. È la prova tangibile che un paese dell’interno può farsi polo d’eccellenza, nutrendo il pensiero critico e annullando ogni divario con i grandi centri urbani.
L’appuntamento è a Fonni. Perché la verità, quella scomoda, non va in vacanza.

