Non è una novità che il Gennargentu nasconda segreti tra le sue pieghe fatte di fango e rocce millenarie, ma l’ultima operazione dei Carabinieri della Squadriglia di S’Arcu di Tascusi ci ricorda quanto sia sottile il confine tra la pastorizia e la deriva criminale in certe aree dell’entroterra sardo.
L’arresto di un 29enne del posto, già noto alle cronache e teoricamente sotto affidamento in prova, non è solo un fatto di cronaca nera. È il sintomo di una resistenza culturale al rispetto delle regole che fatica a estinguersi, nonostante il presidio costante dello Stato.
Il ritrovamento: quel sacchetto bianco tra le foglie secche
L’operazione è scattata in un’area rurale particolarmente impervia, dove l’occhio inesperto vede solo macchia mediterranea, ma dove i militari sanno leggere i segni del terreno. Durante una perquisizione nelle pertinenze di un ovile, l’intuizione degli uomini della Squadriglia ha portato al rinvenimento di un sacchetto di cellophane bianco.
Non conteneva provviste o scarti, ma uno degli strumenti più sinistri della criminalità rurale: un fucile a canne mozze calibro 12. L’arma, con la matricola abrasa per renderla anonima e quindi “fantasma”, era accompagnata da cinque cartucce a pallini. Un kit pronto all’uso, occultato con cura tra la vegetazione per sfuggire ai controlli, ma non alla meticolosità dei reparti speciali.
Il profilo del giovane e la convalida del fermo
L’indagato non è un volto nuovo per la giustizia. Nonostante la giovane età, il suo curriculum parla di precedenti per lesioni personali e detenzione illegale di armi. Il fatto che si trovasse già in regime di affidamento in prova aggrava la sua posizione, dimostrando una recidiva che ha spinto l’Autorità giudiziaria a non concedere sconti.
Dopo il trasferimento nella Casa Circondariale Oristano, il G.I.P. ha convalidato l’arresto il 26 gennaio scorso, disponendo la custodia cautelare in carcere. Resta ora da capire a cosa servisse quell’arma “mozzata”, tipicamente utilizzata per azioni a corto raggio dove la potenza di fuoco deve unirsi alla facilità di occultamento.
In questo contesto, è fondamentale sottolineare il ruolo sociale e operativo delle Squadriglie. Questi reparti dell’Arma non sono semplici pattuglie; sono unità d’élite nate per conoscere ogni anfratto, ogni grotta e ogni sentiero delle zone montane della Sardegna. Operano nel contrasto alla criminalità rurale e nel controllo delle aree boschive.
Il lavoro svolto tra il Gennargentu e il Mandrolisai dalla Squadriglia di S’Arcu di Tascusi è la garanzia che non esistano “zone franche”. Anche dove il fango copre le tracce, lo Stato continua a scavare.

